La storia del cavatappi

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Ambrose Bierce, l’avventuroso scrittore americano ottocentesco, lo definiva «l’equipaggiamento indispensabile per un gentiluomo che viaggia con un bagaglio leggero». Di che stiamo parlando? Ma di lui, del cavatappi.

Tutti i nomi del cavatappi

Per i francesi è il tirebouchon, tanto che quando la mitica sciantosa Ninì (cui ha dato volto in un celebre film la grande Monica Vitti) decide di ribattezzarsi con un nome che sappia di seduzione d’Oltralpe, si fa chiamare Tirabusciò, e con questo buffo cognome spopola, evocando tappi che saltano, bollicine e sgambettanti cancaneuse. In Toscana è lo stappino, in Veneto è il cavastropoli, se scendiamo fino in Calabria lo troviamo come stippabuttiglia. Comunque lo si chiami, il suo uso accompagna un vero e proprio rito a tavola: quello di levare il tappo a una bella bottiglia di vino, rosso, bianco, fermo, mosso o bollicine. Un momento magico: gli occhi di tutti i commensali puntati su colui o colei che ha l’importante compito di levare il turacciolo nel modo giusto, senza guastarlo, per carità, in attesa dello schiocco inconfondibile – plop! – che accompagna la fuoriuscita dal collo della bottiglia.

La storia del cavatappi

Gli aforisti che nel tempo l’hanno definito ridendo un’arma da gentiluomini non sbagliavano di molto: la sua origine è legata a quel settore. La forma probabilmente deriva dal cavapallottole, un attrezzo deputato a estrarre i colpi inceppati all’interno delle canne delle armi da fuoco.
Nel Settecento, in Inghilterra, se ne producono di preziosi, in materiali come oro e argento, riservati all’aristocrazia. Metalli nobili e forme essenziali, dalla classica forma a T, composti da un’elica, semplice o doppia, montata su un manico che serviva al gesto di “avvitamento”, preludio all’estrazione. D’altronde in quel periodo anche l’utilizzo delle bottiglie di vetro era cosa ancora piuttosto rara e riservata a pochi che se lo potevano permettere.

Carlo Goldoni, che è sempre una fonte inesauribile di usi e costumi del suo tempo, mette in scena nel 1752 la commedia La moglie saggia. «Avete un tirabusson?», chiede uno dei personaggi, usando la forma alla francese. «Sì. Lo porto sempre addosso», risponde l’altro.
Nonostante la primogenitura francesissima, nel 1795, ormai alle soglie del nuovo secolo, il primo vero brevetto è del reverendo inglese Samuel Henshall, che a spirale e manico aggiunge una sorta di dischetto per evitare di spingere il tappo troppo in fondo nel corso dell’estrazione e passa dalla produzione artigianale a quella in serie. Quasi un secolo dopo si arriverà al modello a due leve. E da allora il cavatappi è diventato un oggetto da collezione nella sua varietà, definito un bene etnoantropologico che testimonia l’evoluzione culturale degli esseri umani.

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